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"Dopo due anni di silenzio, un importante cambio nella
line-up e la costruzione del proprio studio di registrazione, tornano
i Mesmerize, con la loro quarta uscita discografica (il terzo full-lenght)
il secondo pubblicato dalla Dragonheart, dopo la rottura con la Underground
Symphony".
Mi
sono appropriato dell'incipit del comunicato stampa fornitomi dalla
stessa band, per introdurre ciò di cui si parlerà in
questo studio report. La formazione milanese promette molte novità,
distaccandosi leggermente da quell'immaginario fantasy ed epicheggiante
delle precedenti release. Ma andiamo con ordine; arrivato alla stazione
della metro Molino Dorino (i milanesi hanno gusto nello scegliere
i nomi delle loro fermate della metro) vengo raccolto dal bassista
della band, persona simpaticissima, Andrea Tito. Nel breve trasbordo
in macchina verso lo studio di registrazione/sala prove, facciamo
quattro chiacchiere su quello che ci aspetta, di lì a poco.
Lo studio, ricavato da quello che doveva essere un capannone industriale
è stato disegnato e costruito dall'architetto-batterista, Andrea
Garavaglia, con un occhio particolare a quelle che sono le necessità
di una band, logistiche ed acustiche. Dopo aver conosciuto e salutato
tutti i componenti del gruppo, compreso l'ultimo acquisto della band
il chitarrista Luca Belbruno, iniziamo ad ascoltare in anteprima 4
dei 10 pezzi che andranno a comporre il disco, qui ancora in versione
pre-mastering. Una nota di colore, prima delle note metalliche dei
Mesmerize: Folco Orlandini, in grande spolvero dal punto di vista
vocale (ripresosi dai problemi che qualche tempo fa avevano afflitto
le sue acutissime corde vocali) con il nuovo taglio di barba e capelli
e anche grazie ai vistosi orecchini assomiglia sempre di più
a Gorge Micheal; non sembra, ma può anche essere preso come
un complimento.
Tornando seri, si inizia l'ascolto. La prima traccia proposta si intitola
"The Burn",
ed è una sfuriata in stile Mesmerize, heavy dura e abbastanza
breve (poco più di tre minuti e mezzo): une vero cazzotto nello
stomaco, un pezzo che colpisce e inchioda alla sedia. Ambientato,
secondo il testo, in uno scenario apocalittico, riprende il filone
"science fiction", e come opener è davvero fulminante.
Si passa di seguito alla seconda traccia, che sul disco dovrebbe apparire
come terza, mentre la quarta sarà quinta nella tracklist definitiva,
e la terza diverrà seconda; avete capito qualcosa voi? Bene…
"Princess Of The Wolves",
secondo ascolto e terza traccia del disco, è forse la più
bella fra quelle proposte; massiccia nel suono di chitarra, alla quale
fa da perfetto contr'altare un ben dosato e giustapposto violino;
l'ambientazione orientaleggiante e l'utilizzo di strumenti appartenenti
alla tradizione popolare, del Giappone se non sbaglio, la rendono
suggestiva e ricercata come nelle intenzioni della band. Il terzo
ascolto, seconda traccia del disco, "Bitter
Crop" ci porta ad nuovo livello di sperimentazione
per la band. Qui la ricerca di sonorità si coniuga con una
scelta di stile più moderno. Nel complesso molto interessante.
Infine con "Windchaser"
si ritorna alle melodie folk in stile un po' Skyclad un po' Elvenking,
già sentite in "Princess Of The Wolves". Però
in questo caso l'apertura melodica diventa una canzone decisamente
orecchiabile, grazie anche al suono lievemente più leggero
delle chitarre. Su tutte le canzoni troviamo una ottima resa della
voce di Folco che, anche grazie al grande tempo dedicato alla registrazione
delle parti di questo "Stainless" (titolo del disco, "inossidabile"
come l'attitudine della band), può esprimersi a più
e migliori livelli proponendo diverse linee vocali per ogni singolo
pezzo.
Non resta dunque altro che complimentarsi con la band e con la Dragonheart
che ultimamente sembra davvero non sbagliare una mossa, proponendo
dischi e band di altissimo livello e supportandole, a quanto dichiarato
dalle stesse band in maniera eccezionale, in Italia e all'estero.
Da citare infine, quali guest di questo disco, il giovane e talentuoso
violinista Vito Gatto, la cantante Paola Bianchi dei LUDMILA e Vanni
Ceni, il cantante dei WOTAN, lo storico gruppo epic italiano, presente
nella traccia "Hot Lead, Cold Steel". Ultimissima nota di
chiusura, la produzione di questo "Stainless" è stata
curata da Giovanni Spinotti (apprezzato già per il lavoro dell'ultimo
LABŸRINTH) e la masterizzazione dell'album è avvenuta presso
i "HOUSE OF AUDIO" di Karlsdorf (Germania). Attendiamo dunque
con impazienza l'uscita del disco, che dovrebbe avvenire a Marzo.
Stay Tuned!
Intervista di Eugenio
Sacco
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