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Dopo
che il tempo e lo spazio ci avevano fatto perdere quasi del tutto
le tracce degli Astaroth, pur non avendoli mai cancellati dalla memoria
collettiva della scena metal italiana, una parte di quello che fu
uno dei più interessanti gruppi heavy metal romani degli anni
’80, ritorna come batterista degli americani Gods Of Fire. Pur trattando
sempre e solo di band italiane Metallo Italiano ha deciso di fare
una eccezione e dare spazio a questo gruppo, la cui origine è
newyorkese, vista la presenza di questo nostro stimato concittadino.
Abbiamo quindi colto l’occasione per ripercorrere insieme a Jan D’Amore
molti retroscena legati all’emigrazione del suo gruppo, alle sue avventure
in quel degli USA e parlare della sua vita, una vita intera dedicata
al metal. Godetevi un pezzo di storia.
Iniziamo subito parlando di questo
"Wrath Of The Gods", come vanno le cose?
Stanno uscendo le prime recensioni in giro per il mondo, non
tutte sono buone, anzi... secondo me siamo troppo all'antica per molte
orecchie del metal di oggi, essendo questo un genere in cui mostrare
originalità è difficile, molti potrebbero essere semplicemente
ormai troppo avanti con l'età per poter riscoprire il fascino
dell'heavy.
Comunque a me è piaciuto;
ma facciamo subito un salto nel passato. Dunque, tu vieni dall'Italia
dove hai iniziato a suonare con il gruppo Astaroth, raccontaci qualcosa
della tua esperienza e di come sei arrivato a NY…
Beh, come forse saprai gli Astaroth, lasciarono Roma nel 1987
dopo aver tentato di tutto con case discografiche in Italia, Olanda,
Francia, Germania etc. Approdammo a L.A. con solo i soldi per comprarci
gli strumenti che avevamo venduto in Italia e pagare l'affitto di
un appartamentino. Senza permessi di lavoro o agganci di nessun tipo
cominciammo a esibirci nei locali di Hollywood come Troubador, Gazzarri's
e Whiskey a Go-Go. Nonostante enormi sforzi per promuovere questi
shows, incluse scorrazzate per Sunset Boulevard fuori da una camionetta
distribuendo volantini, i concerti furono quasi ignorati dal pubblico
locale, tutto impegnato a gonfiarsi i capelli e sentire i Warrant
etc, che tra l'altro come noi battevano il Sunset distribuendo volantini
e convincendo la gente a venirli a vedere.
Capisco, a dir la verità
questa parte della storia degli Astaroth non è molto nota,
e in molti si chiedono che fine abbia fatto il gruppo, una volta uscito
dall’Italia.
Le tensioni all'interno del gruppo crescevano a dismisura, separati
dagli insuccessi, da dubbi sull'indirizzo musicale da seguire e dalle
difficoltà economiche e interpersonali finì che mi ruppi
una mano deviando sulla parete all'ultimo secondo un cazzotto diretto
altrimenti verso superfici meno dure; impossibilitato dal suonare
dal vivo per promuovere il nostro nuovo demo registrato in un grande
studio, da un tecnico purtroppo svogliato e incapace (a sentirlo adesso
vengono i brividi!).
Quindi il gruppo alla fine si è
sciolto per problemi interni?
Si, il gruppo si divise in faide interne e io rimasi da solo. Con
loro per anni e anni non ci siamo neanche parlati, poi c'e' stata
la inevitabile chiarificazione...
Tu hai continuato a vivere in America
o ti sei spostato?
Io, senza una lira e col gesso me ne andai per vari mesi in Alaska
a lavorare, durante la stagione del salmone e mettere un po' di soldi
da parte per ricominciare, dato che tornare in Italia era per me escluso;
tornato mi trasferii a Hollywwod e cominciai a suonare con i Soul
Dogs gruppo heavy/bluesy con i quali facemmo mille concerti e un gran
bel demo prodotto dall’Alesis.
E gli altri? continuarono la carriera
musicale o per loro l'esperienza finì lì?
Ho sentito che il cantante ebbe problemi con la legge, il chitarrista
tornò in Italia e il bassista ancora vive in California dove
suona, produce e organizza le registrazioni di cantanti Italiani negli
USA.
Alla fine, anche alla luce del
chiarimento con gli altri della band, il tuo ricordo di quell'esperienza
come è?
Ma non posso che essere contento di aver lasciato l'Italia dove sono
sicuro sarei stato sommerso dalla mancanza di sbocchi. Per gli Astaroth
rimane un senso di amarezza, dato che per anni in Italia siamo stati
grandi amici, lavorando, viaggiando, vivendo e suonando insieme; un
tipo di vita di gruppo che non ho mai ripetuto poi. Il fatto che ci
siamo separati in così brutta maniera e' giustificabile col
senno del poi, ma allora per me fu una voragine che si aprì
sotto le mie gambe. Comunque nel '92 con la mia allora moglie mi trasferii
a NY in cerca di nuovi stimoli. Suonai e registrai con i Love or Money,
poi con gli House of Voodoo e da un paio di anni con i Gods of Fire.
Quali furono le maggiori difficoltà
che incontraste in Italia? Vediamo se dopo 20 anni qualcosa è
cambiato...
Beh, a Roma non c'era neanche un posto dove poter fare un concerto.
Poi, noi col nostro stage show pieno di colonne, bracieri, fiaccole
e cambi di costume riuscivamo solo a suonare nei pochi festival metal
a cui venivamo invitati... ne ricordo uno a Zurigo come headliners
dove ci portammo le colonne doriche sul tetto della macchina da Roma!
Andammo a Milano per fare provini con case discografiche che non osarono
rischiare per il metal italiano e poi disperati, in giro per l'Europa
in cerca di una etichetta. Fummo vicinissimi per firmare con una grossa
casa tedesca ma poi finì tutto in malora. A Roma quindi come
gruppo vegetavamo anche se passavamo intere giornate a suonare, comporre
e scervellarci sul da farsi.
Ma cosa ne era stato del contratto
firmato con la Rave-On?
Quello fu prima che io mi unii al gruppo. La Rave-On pero' al momento
di fare uscire il secondo disco chiuse e noi che eravamo andati in
Olanda per fargli sentire i nostri nuovi pezzi ci ritrovammo per strada.
Capisco, devono essere stati comunque
anni molto difficili…
Col metal e' difficile comunque, e' sempre una strada in salita e
solo la voglia e la passione ti possono far continuare a suonare sapendo
che ogni riconoscimento e' quanto meno raro.
E l'incontro con i Gods Of Fire come
è avvenuto?
I Gods Of Fire si sono formati grazie ai 2 chitarristi e al bassista
compagni di scuola. Il cantante e' stato assoldato dopo averlo sentito
al locale Arlene's Grocery nell'East Village dove ogni lunedi sera
c'e' heavy metal karaoke, dove una serie variopinta di cantanti, uomini
e donne, si esibiscono eseguendo classici metal supportati da una
live band fortissima che puo' suonare qualsiasi cosa.
Quale fu la molla che fece ricadere
la scelta su di lui e tu quando sei entrato nel gruppo?
Avendolo sentito cantare "Number Of The Beast" in maniera eccelsa
lo hanno pregato di unirsi al gruppo che vive di quel tipo di sonorità.
Io mi unii al gruppo dopo aver visto un annuncio su un giornale del
posto. Abbiamo fatto una audizione et voilà. Abbiamo registrato
un demo proprio all'Arlene che ha anche uno studio e cominciato a
suonare dal vivo con grande frequenza.
E cosa puoi dirci riguardo a Wharton
Tiers? Come e quanto vi ha aiutato nella ricerca del vostro sound
e nel raggiungimento dell'obiettivo discografico?
Beh, Wharton e' specializzato in un sound più "raw",
sonorita' un po' grezze, quasi post-punk; comunque il nostro demo
gli e' piaciuto molto e a deciso di darci una mano dato che non registrava
metal da tempo e voleva riprovarci. Lui e' un tipo calmo e espertissimo
e stare in studio con lui e' stato divertente e istruttivo. Il suo
Fun City Studio se lo vedi sembra un tugurio, uno scantinato scrostato
e fatiscente, però lui è un mago e conosce il suo mixer
a fondo. Certo è che il budget era limitatissimo e quindi abbiamo
fatto una tirata brutale in studio, registrando 53 minuti di musica
in 2 giorni e poi facendo sovraincisioni nei buchi di tempo che aveva.
Quindi il risultato ci soddisfa ma certo sarebbe potuto essere più
preciso. Anche se per un gruppo di NY queste sonorità "live"
secondo me vanno bene perché si legano alla città che
viviamo, caotica, multiforme e poco leccata.
Quali sono le influenze che secondo
te ha portato ciascun membro del gruppo al sound della band?
Quello che ci unisce e la passione per un metal melodico epico complesso
e emotivo. Quasi un suono nostalgico che non segue le mode del "nu
metal", "rap metal" e via dicendo…
Beh credo che questo sia un bene,
ce n'è fin troppa di spazzatura in giro; comunque volevo farti
anche una domanda riguardo i testi; mi sono sembrati decisamente interessanti
poiché in più di una occasione basati su testi letterari
o ad essi ispirati. Ci sono anche altre canzoni però, come
l'opener "Welcome To Hell" il cui testo sembra di profilo decisamente
più basso rispetto alle altre, ispirandosi ad un videogioco.
Devo dedurre che la vostra linea creativa sia basata su una totale
libertà o c'è un effettivo filo logico?
Si, si basano su libri, uno, "City of Gold", su un film ("Il Flagello
di Dio" con Klaus Kinsky) e via dicendo. "Nectar" e' un'ode al metal
come fattore di coagulante sociale per, il ritorno al metal come forma
di sfogo e rivalsa di tanti per i quali la musica forse e' l'unica
maniera di arricchire la propria esistenza. Quindi non c'e' un filo
logico, ma una voglia di spaziare senza voglia di fare commenti sociali,
ma di creare invece situazioni surreali, assurde e anche divertenti.
C'e' un elemento di umore sardonico in quello che facciamo; infatti
il nostro live show e' uno spettacolo che offre molto visualmente
(pensa ai concerti di King Diamond, e aggiungi un po' di beffardaggine).
Abbiamo Satana come presentatore, mc, abbiamo folletti che appaiono
sul palco, convulsioni e resurrezioni, predicatori vestiti da eremiti
flagellanti e via dicendo. Poi abbiamo le nostre (in)fedeli coriste
che quando non cantano si fustigano a vicenda con gatti a nove code
per la delizia del pubblico che tende a divertirsi e sgranare gli
occhi.
Beh le Fire-ettes sono un punto molto
interessante dello show live; qualora ci fosse l'occasione di un tour
fuori dagli States, sarebbero sempre con voi? Insomma le potremo vedere
prima o poi?
E’ un gruppo di ragazze che si alternano, sono tutte o strippers o
cameriere o anche avvocatesse, quindi hanno tutte i loro impieghi.
Però se andassimo in tour ne verrebbero assolutamente assoldate
almeno due.
Ci torneresti con i Gods Of Fire
a suonare qui da noi? ti farebbe piacere tornare a suonare qui?
Per me sarebbe ovviamente una gran cosa tornare dopo 17 anni a suonare
in Italia, rendermi conto se c'e stato un cambiamento o meno, o perlomeno
per incontrare gente che dopo tutti questi anni sente e vive ancora
di metal e suonare per loro.
La canzone che più ti è
piaciuta e un buon motivo per avere il vostro disco…
Mi stimola sempre ascoltare "The Long Walk" per la sua struttura piena
di variazioni e sorprese, melodia e cattiveria, umori ombrosi e esplosioni.
E' vero, pur essendo la più
lunga dell'intero album è anche una di quelle che si fa apprezzare
maggiormente.
"Wrath of The Gods" come album può riuscire a dare emozioni
forti grazie a melodie toccanti e pesantezza senza compromessi. Un
disco di metal genuino e sincero. E poi, diamine, ci suono io, che
ancora suono metal e intendo farlo fino a quando possa ancora picchiare
i tamburi senza pietà.
Progetti futuri della band?
Ora siamo immersi nella promozione del disco e poi speriamo che si
riesca a destare un po' di interesse nella nostra musica e fare un
tour senza ritorno...
Grazie mille per la tua disponibilità,
un saluto e un in bocca al lupo da parte di Metallo Italiano.
Grazie di cuore.
Intervista di Eugenio Sacco
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