Gli Arcadia sono una band che, secondo la loro definizione stessa, suona “italian bastard core”, (anche se, ad onor del vero, l'italiano è relegato a 3 sporadiche apparizioni).
In pratica, prendete Fear Factory, Meshuggah, Rage Against the Machine, Sepultura, Pantera, un pizzico di swedish death metal e di industrial, mescolate bene e ottenete quella che io definirei la risposta italiana ad un grandissimo (e non molto conosciuto) gruppo che risponde al nome di Textures.
Hardcore, thrash metal, grande tecnica strumentale, growl, voci pulite, spoken words si mescolano in un disco di sicuro impatto, in grado di piacere sia ai fans dei sopracitati gruppi che ai prog-metallers più “rudi”.
Ottima la chitarra di Demetrio Scopelliti, sostenuta egregiamente dalla sezione ritmica formata da Amedeo Lippolis al basso e da Edoardo Nicodemo alla batteria; efficacissima e multiforme la prestazione di Michele Nocentini alle vocals.
Il disco apre con l'intro “0.066”, che ci avvisa di abbassare il volume, come a prepararci all'assalto della doppietta formata da “She's got a knife” e “Kissing cyanide”, due dei brani migliori. Il CD prosegue sulle stesse coordinate con “Coagulated and almost forgotten”, il singolo “Ravens and doves”, la “simpatica” “Oxygen and a very good pill”, “It corrodes the stars”.
“Cadavers under formalin” ci rivela che “viviamo vite vuote... sapete che cosa siamo? siamo cadaveri”; “Love is dead” è un brano solo discreto rispetto al resto del disco, ma con i rimamenti 4 brani ci si risolleva, fino alle finali “Where somehow it's always december” e “Of rust, needles and a taste of blood”, in cui lo stile dei nostri risalta alla grande.
In “Cold cold bodies” non tutto è perfetto (la perfezione, si sa, non è di questo mondo), mi permetto di evidenziare un riffing un po' ripetitivo, a momenti monotono; sappiate comunque che se gli Arcadia trovano la via del vostro lettore, potrebbero restarci per parecchio tempo.
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