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Anche quest’anno, tanti metalheads hanno potuto darsi appuntamento
nella cittadina di Rovereto (TN) per assistere alla terza edizione
del “THE REVENGE OF TRUE METAL”, interessante festival dedicato al
metal più incorruttibile e rigorosamente anni ’80, dove lo spirito
degli Eighties emerge inesorabilmente attraverso una sincera passione.
Onore al merito al Defenders Club (Bob e Laura in primis) e a tutti
i suoi collaboratori che con sbattimento hanno organizzato, con ingresso
gratuito, questa festa del true metal, dove le contaminazioni restano
doverosamente fuori.
Metallo Italiano era in prima linea per raccontarvi una giornata di
divertimento fra borchie, cuoio, toppe scolorite, sincere strette
di mano e tante emozioni a mille watt!
ENDOVEIN
Sono i torinesi ENDOVEIN la band apripista della terza edizione del
Festival, che in fretta e furia (causa ritardi tecnici) hanno sciorinato
su un pubblico ancora esiguo tutta la loro carica thrashy, con uno
show breve ma intenso, eretto su brani tratti dal loro lavoro d’esordio
ed alcune efficaci cover, come una meritevole versione di “Serial
Killer” dei Violence. La passione e la voglia di far bene è palpabile
ma il tempo è tiranno ed i thrashers sabaudi lasciano il posto ai
Mad Caps. Nel frattempo il pubblico è costantemente stimolato dai
numerosi e forniti stand posti ai lati del prato, tra i quali quello
della My Graveyard Productions dell’onnipresente Giuliano, dove consigli,
sorrisi e strette di mano si sprecano.
MAD CAPS
Breve anche l’esibizione dei marchigiani MAD CAPS, autori di un solido
thrash abrasivo. Pochi i minuti a loro disposizione, ma sufficienti
per dare l’idea di che pasta sono fatti e violenti abbastanza da scatenare
i primi segnali di pogo. Una esibizione in cui spiccano la granitica
versione di “Iron Fist” dei Motorhead e la cruda “Drunk ‘Till Death”,
rinvigorita nei cori da vari amici chiamati on stage. Una band da
tener d’occhio.
DESTROY EDGEBONE
Alquanto personale e divertente la proposta dei DESTROY EDGEBONE,
che ha visto il quartetto di Pordenone offrire uno spettacolo coinvolgente
con la sua solita attitudine spensierata, diretta e senza mai prendersi
sul serio. Fin dall’opener “If You’re Fast…” la band è riuscita a
farsi apprezzare a suon di ruvido speed, senza fronzoli, snocciolando
uno dopo l’altro rudi pezzi come
“Halfwit Nightmare”, “Death Runs Fast” e “King Of The Road”. Con una
sezione ritmica scoppiettante, i nostri non faticano a viaggiare veloci,
tirando fendenti quali “Bounty Killer”, “World Is Beautiful (‘Cause
Is Rotten)” o “Turbo Metal”, scivolando così al gran finale che avviene
con il simpatico anthem “Holy Beer (Kill The Analcholic Beer)”, cantata
all’unisono dal pubblico, che nel frattempo si è infoltito. Uno show
divertente ed efficace.
SACRIFICATOR
Con l’arrivo dei veneti SACRIFICATOR, i suoni si fanno più incazzati
ed il loro thrash oltranzista sgorga a flotti dagli amplificatori,
che ora fanno la voce grossa, anche se a tratti i suoni sono rimasti
penalizzati. Inarrestabile la furia della band che attacca con “Dices
With Death”, trascina con “Ready To Drink Ready To Fight” e procede
a testa bassa con toni minacciosi in “Violent Solution” (dedicata
dal cantante Nicola a chi porta il “ciuffo all’ultima moda”). Il massacro
sonoro continua senza sosta in puro stile Destruction, infliggendo
altre mazzate, fra le quali “Total Thrash Attack”, “Nuclear Disaster”,
il manifesto “Sacrificator” e l’incontrollata “Stage Dive” che, abbinata
alla conclusiva profetica “Thrash ‘Till Death”, fa sanguinare i Marshall.
WITCHUNTER
Ottima
prova quella fornita dai WITCHUNTER di Teramo che con una prestazione
essenziale e potente è riuscita a colpire subito nel segno sin dalle
note iniziali della travolgente “Louder And Faster”. La band ha ampiamente
convinto grazie ad uno show intenso e passionale che ha forgiato tellurici
pezzi come “Over The Lightning”, Nothing Too Loose” e Twisted By Fire”,
rese dirette ed efficaci grazie ad un rifferama tagliente ed una cura
dei cori. Particolarmente azzeccate e ricercate le cover proposte
come “Highly Strong” degli inglesi Chateaux, “Heavy Night” nei romani
Fingernails e “Monster Of Rock” degli svedesi Gotham City che incastonate
fra altri blocchi d’acciaio quali “Witchunter” e “Hell For Leather”
hanno contribuito a rendere l’esibizione tra quelle da ricordare.
La conclusiva “Violence And Force” degli Exciter è stata solo l’ennesima
scusa per tutti di mettere a dura prova le ossa del collo.
SIGN OF THE JACKAL
A
tenere alto il tasso di adrenalina ci pensano i padroni di casa SIGN
OF THE JACKAL, con il loro classico heavy metal “old fashioned”. Capitanati
dalla grintosa Laura, i Sign Of The Jackal salgono on stage carichi
a mille e con l’omonima opener danno il via ad una esibizione da manuale
dell’heavy metal ottantiano, memori della lezione impartita dai maestri
Warlock e Blacklace in testa. Riff taglienti (a carico delle due asce
di Roberto “Bob” Condini e Max) e ritmiche potenti hanno caratterizzato
uno show dove hanno trovato posto giusta attitudine, capacità musicali,
look adeguato e spiccato senso del palco, che han permesso ai nostri
di sfornare un set-list scoppiettante e ricco di sorprese, come alcune
cover per veri cultori del genere, quali “Head Over Heels” degli americani
Meghan, “Blessed Are The Strong” dei Malteze e “Warlord’s Wrath” dei
canadesi Black Knight. La granitica “Fight For The Rock” è l’anthem
ideale per smuovere e colpire al cuore chi l’heavy metal lo vive e
lo respira 24 ore al giorno. Sulla stessa lunghezza d’onda il nuovo
brano “Heavy Metal Demons” che risulta una song dal gran tiro e riceve
la giusta accoglienza. Il tuffo negli anni ’80 si conclude nel modo
più salutare, prima con la cover dei Lizzy Borden “Notorious” e poi
con la mitica “I Rule The Ruins” dei Warlock, che pone il sigillo
su una esibizione tra le più brillanti della giornata.
IRON KOBRA
Con
uno show totalmente devoto agli anni ’80, i tedeschi IRON KOBRA hanno
offerto una abbondante razione di metal grezzo e senza fronzoli, tuttavia
non privo di pecche, specie in fase ritmica. Acclamati da un nutrito
gruppo di fans giunti appositamente dalla Germania e con una vistosa
bandiera giapponese posta sulla batteria, il quartetto, una volta
impadronitosi dello stage, ha iniziato il suo assalto sonoro con la
torrenziale “Fist Of Fury”, spassosamente preceduta da una simpatica
intro folkloristica, per poi proseguire senza sosta con “Steamhammer”.
L’anthemica “Valhalla Rock” e la semplice “Rocket Raiders” sono scintille
che innescano un sano headbanging sotto al palco, cosi come la passionale
“Heavy Metal Generation” e la cover dei Thor “Thunder Of The Tundra”.
L’attacco del cobra non si placa e continua con brani diretti quali
“Will Of The Kobra” e “Kobra Krusaders” per poi esaurirsi nella tellurica
“Speedbikers” (molto efficace nei cori) e nella conclusiva “Ronin”,
atto finale di uno show essenziale, che non brilla certo per originalità,
volutamente rozzo e proprio per questo apprezzato da una buona parte
del pubblico. La loro poca esperienza e la mancanza di un vero cantante
forse si fa sentire, ma nel frattempo nella bancarella del merchandising
è in vendita il loro demo d’esordio, pubblicato quasi esclusivamente
in cassetta…ditemi voi se questa non è passione!
BAPHOMET’S BLOOD
Tornano
anche quest’anno a calcare le assi del “Revenge Festival”, i marchigiani
BAPHOMET’S BLOOD che con il loro metal intransigente e ruvido hanno
deliziato tutti i presenti, ricevendo un ottimo riscontro. Preceduta
della consueta intro, l’inossidabile “Satanic Commando” travolge tutto
e tutti, seguita dall’omonima “Baphomet’s Blood che rincara la dose,
mostrando la band in ottima forma, granitica e sicura di se. Mentre
la notte cala arrivano come macigni “Blood Vomit And Satan” e la spietata
“Evilbringer”. L’olocausto sonoro messo in atto da Necrovomiterror
e soci non lascia scampo e si abbatte sul pubblico sotto forma di
monolitiche bordate come “Satanic Metal Attack”, “Speed Metal Earthquake”
e la micidiale “Army Of The Night”, che i presenti sembrano gradire.
La fiera “Italian Steel” e la successiva “Burn In Hell” sono altri
due autentici pugni allo stomaco che non risparmiano nessuno e che
conducono alle sfuriate finali che si materializzano con “Satanic
Beerdrinkers” ed una splendida versione di “Killed By Death” dei Motorhead
che chiudono una performance che ha sicuramente lasciato il segno.
TANK
Dopo
l’ultimo “raid” lungo gli stand alla ricerca dell’ennesimo disco che
andrà ad infoltire la propria collezione, il pubblico è pronto per
gli headliner ed in trepidante attesa intona l’intrigante intro tribale
che prontamente arriva ed introduce la mitica “This Mean War”, accolta
da tutti con un boato. La band appare subito in gran forma e l’arco
temporale che ci separa dall’uscita di questa canzone sembra azzerarsi
sotto i colpi d’artiglieria della rodata sezione ritmica, magistralmente
condotta dal veterano Mark Brabbs dietro le pelli e dal dinamico Chris
Dale al basso. Le successive “Echoes Of A Distant Battle” e “T.w.d.a.m.o.”
brillano di nuova luce e sono lo specchio del nuovo corso della band.
L’ingombrante assenza dello storico Algy Ward viene superata brillantemente
da un Doogie White (conosciuto alla corte di Rainbow e Malmsteen)
sopra le righe in grado di dare un taglio personale a tutti i vari
brani proposti. I Tank macinano velocemente i loro classici uno dopo
l’altro, con classe e precisione ricevendo in cambio un caloroso feedback.
Le rasoiate ed i gustosi intrecci dei due axeman Cliff Evans e Mick
Tucker arrivano diretti e mirati in brani come “Walking Barefoot Over
Glass” o l’immortale “Honour And Blood”, con Doogie sicuro di se nel
dargli il giusto taglio melodico, come nei due ottimi brani nuovi
proposti: “Phoenix Rising” e “Great Expectations”, dove fa capolino
più di qualche eco rainbowiano. La tirata “Power Of The Hunter” colpisce
allo stomaco che è un piacere e rimane dentro grazie ai suoi chorus
di facile presa e poi via in caduta libera con la trascinante “(He
Fell In Love With A) Stormtrooper” che chiude lo show tra il tripudio
generale lasciando un pubblico visibilmente soddisfatto che richiama
a gran voce la band. I Tank non si fanno pregare e usano le ultime
energie per eruttare altri due classici, quali la rockeggiante “Don’t
Walk Away” e l’irruenta “Shellshock”, con la quale i nostri si congedano
definitivamente, regalando ai presenti l’ennesima lezione di heavy
metal.
Un’altra lunga giornata di musica si è appena conclusa. Un merito,
oltre che all’organizzazione e a chi reso grande questo appuntamento,
va a chi è giunto da lontano pur di essere presente. L’heavy metal
ha vinto ancora!
Sergio Nardelli
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