Rise of Underground @ Club Barbara Catania, 17.03.2017

Lo storico combo capitanato da Claudio Simonetti sbarca al club Barbara di Catania in un uggioso venerdì 17, terrorizzando un pubblico numeroso ed in visibilio con la loro classe cristallina figlia delle migliori sonorità prog rock e le mesmerizzanti melodie che li hanno resi celebri in tutto il mondo. Diciamoci la verità: senza le loro macilenti, sognanti, eteree, schizofreniche melodie buona parte dei film horror e dei thriller di maestri come Argento, Bava e Romero non sarebbero stati gli stessi. La musica dei Goblin rientra a pieno nella definizione della colonna sonora come “elemento filmico”, ovvero parte integrante ed imprescindibile dell’opera cinematografica. Tanto da oscurare gli SPLENDIDI album prodotti soprattutto negli anni ’70, che pongono i nostri nell’Empireo della International popular music (si chiamava così, allora: e sento tutto il peso degli anni in un attimo…), insieme a gruppetti come Area e Pfm. Ma andiamo con ordine.

Entrando nel locale ho subito pensato che avesse tutti gli attributi: ottimi impianti luci e audio, ottima la suddivisione degli spazi, un palco sopraelevato che consentiva una visibilità notevole. Giusto il tempo di ambientarmi e vengo investito dal riff di “Crying soldier”: i Trinakrius danno inizio alla festa. La storica band doom palermitana ha pescato a piene mani dal loro ultimo album, “Introspectum”, che ha riscosso consensi unanimi presso pubblica e critica, fornendo prova ulteriore (qualora ve ne fosse ancora bisogno), della loro bravura, professionalità e ispirazione. Un Ciccio Chiazzese sugli scudi ha impreziosito, con la sua ugola tagliente e virile, il possente tappeto ritmico tessuto da Ivan e Claudio ed i fregi pesanti come macigni ricamati dalla chitarra di Valerio. Giusto il tempo di regalarci due brani presi da precedenti lavori, ovvero “Massacro” (anno di grazia 1996), e la spaccacollo “Killerotomia”, ed il tempo loro concesso si esaurisce. Si inizia bene, complici anche un’amplificazione di prim’ordine e l’ottimo lavoro del fonico.

C’era grande attesa per gli Haunted, giovane band autoctona che stasera si esibiva insieme a dei mostri sacri come i Goblin e a due compagini (i Trinakrius e gli Ancestral), non esattamente di primo pelo. Ansia da prestazione? Assolutamente nessuna. I ragazzi presentano un doom stoner pesantissimo, lineare, terribilmente groovy, eseguendo i quattro brani in scaletta praticamente senza interruzioni (escludendo gli scroscianti applausi del pubblico presente). Un muro di suono maestoso, fornito dalle chitarre di Bauso e Orlando, che sormontava la puntuale e pesante sezione ritmica di Dario e Frank. Purissima lava fusa etnea, inarrestabile, densa e pastosa come la voce di Cristina, un quid atipico per il genere ma assolutamente funzionale. Insomma, da seguire con attenzione.

Ci eravamo lasciati coi fratelli Mendolia, deus ex machina dei trapanesi Ancestral, intorno al 2002. Allora erano lungocriniti e fautori di un power metal veloce, potente, di stampo tedesco e con vaghe influenze thrash metal che, nel panorama metal italiano di allora (quando scopiazzare anche malamente i Rhapsody, i Labyrinth o i Vision Divine era garanzia di successo), rappresentava un’anomalia. Li ho ritrovati venerdì, sempre lungocriniti e sempre fautori dello stesso genere, pur evolvendosi verso sonorità ancora più speed metal e con l’inserimento di vocalizzi growl, gentilmente forniti dal chitarrista Carmelo, che ben si amalgamavano con la voce cristallina e “americana” di Jo Lombardo. Sezione ritmica puntuale e potente, una coppia d’ asce che neanche un settaggio dei volumi non proprio ottimale ha potuto placare, ed un sogwriting veramente ispirato rendono il titolo di una delle tracce contenute nel loro “Master of fate” assolutamente profetico: “Back to life”.

E si arriva a lei, alla complessa e perversa creatura di Claudio Simonetti, i Goblin. Scorrono le immagini degli efferati omicidi immaginati da Dario Argento, delle tristi creature antropofaghe di Gerorge Romero, di codici a barre cangianti e indecifrabili, esplosioni cosmiche e mondi liquidi. Completamento visivo delle bellissime composizioni che hanno deliziato il numeroso ed eterogeneo pubblico presente. Come una madeleine proustiana, ci siamo ritrovati a rabbrividire ripensando alle Tre Madri, a Laura Betti ed alle sue marionette, a demoni metacinematografici, ad esclusivi istituti femminili che celano inenarrabili segreti, a orrori machbethiani, alla bellezza imbarazzante di Jennifer Connely ed alla faccia scolpita nel marmo di Tom Savini. E stupirci di fronte a brani misconosciuti ma di grande bellezza, come “Roller”, “Gamma” o “Suono rock”. Il diluvio di note del Maestro poggia sul carro da guerra supportato e sopportato da Titta Tani, più che un batterista un paradigma percussionistico (e dotato della più bella T-Shirt su Mazinga Z mai vista), e Bruno Provitali, pregiatissimo chitarrista e bassista terribilmente funky. Un’ora e mezza abbondante di concerto senza mai una caduta di livello, con due bis, un accenno di “Questo piccolo grande amore” e di “Jump”.

Soddisfatto, ammaliato e intontito anche dalla pregevole organizzazione (un grazie particolare a Marco, Vincenzo, Peppe e Paride), e dalla cortesia e gentilezza tutta catanese dello staff, all’una e mezza faccio rotta verso la Capitale. Canticchiando “LALALA LALALALA LALALALALALALA” per buona parte del viaggio.



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