Adimiron – Et Liber Eris

Forest
2017
CD
Progressive Extreme Metal
Indie Recordings

Il nuovo, bellissimo disco degli Adimiron, da me scoperti e adorati con l’immenso “Timelapse” del 2014, ha rischiato di sfuggirmi, complice il cambio di etichetta dalla Scarlet alla norvegese Indie Recordings, per me sconosciuta ma che ha tra le sue band i Borknagar, i Mayhem e gli Ulver, gente famosa e “cattiva”, forse foriero del “grande salto” nella scena internazionale…
Recuperato il disco… meraviglia! “Et Liber Eris”… “ E Sarai Libero”… è un disco che si situa nella perfetta continuità della fertile vena creativa dell’ora quartetto romano.
Eh, già, gli anni hanno richiesto un tributo in sangue nuovo, quindi, a farci sognare e pensare assieme agli storici Alessandro Castelli alle chitarre e Federico Maragoni dietro le pelli, abbiamo il vocalist Sami El Kadi e la bassista Cecilia Nappo, in forza anche nei Black Mamba.
La barra del timone è tenuta comunque sempre ben ferma, nella direzione di un death metal molto progressivo e a tratti virato verso il djent, che porta nel DNA la lezione di grandi band quali gli Opeth, nonché l’onere di mostrarsi degni rappresentanti di una scena che conta davvero nomi di rilievo.
La citazione della band di Akerfeldt è doverosa, sia per il grande contributo che hanno dato allo sviluppo del genere, sia perché i rimandi alle sue atmosfere, in realtà quelle di qualche anno fa, fanno capolino più volte nelle tracce di “Et Liber Eris”. L’opener “The Sentinel” ne è probabilmente il caso più emblematico ed evidente, mentre nel proseguo della tracklist la cosa si fa più sfumata, percepibile in alcune scelte chitarristiche e nell’alternanza clean/harsh vocals.
“Zero-Sum Game” sfodera un aspetto più asciutto, tecnico e industriale, con il basso slap di Cecilia che pulsa, l’aritmia si fa ritmo, la dissonanza trova inaspettate melodie e tutto trova il suo posto.
Potenza da vendere anche per la successiva “Joshua Tree 37”, nel quale ho avuto modo di apprezzare la versatilità di Sami, capace di assumere cattiveria growl oppure un timbro sporco e “alcolico” come quello di Layne Staley, per poi spiazzarti con la dolcezza delle vocals di “The Coldwalker”, una power ballad(?) drammatica ed emotiva, davvero da brividi.
Un’altra scheggia di metallo ci si pianta nel cranio con “As Long As It Takes”, devastante come un pugno che poi ti sorprende come una carezza con refrain melodici davvero azzeccati. “The Unsaid” è un po’ sussurrata, un po’ urlata, le geometrie ritmiche si spezzettano e mi chiedo come Federico riesca a ripigliarsi nel suo multiforme drumming. Altro brano piuttosto debitore agli Opeth è il singolo “Stainless”, l’incipit è praticamente una citazione, ma il brano trova fortunatamente la via di una sua personalità abbracciando sonorità più moderniste.
A chiudere “Zona Del Silencio”… arrivo in punta di piedi, devastazione sonora, sfumatura nel silenzio… e non c’è né più per nessuno.
Che devo dirvi di altro, da due mesi non faccio che ascoltare “Et Liber Eris”, cercando nelle sue note il segreto della vera libertà. Forse sono illuso ma, nel mentre, mi godo come un matto gli Adimiron.

Tracklist:

01. The Sentinel
02. Zero-Sum Game
03. Joshua Tree 37
04. The Coldwalker
05. As Long as it Takes
06. The Unsaid
07. Stainless
08. Zona del Silencio


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