Angarthal – Uranus And Gaia

Forest
2016
CD
Heavy Metal
Asgard Music /Bakerteam records

C’erano una volta i Fire Trails, band del mai domo Pino Scotto e di un manipolo di musicisti altamente dotati, tra cui il misconosciuto, almeno per il sottoscritto, Steve Angarthal.

Intensa ma breve esperienza, proprio come una traccia fiammeggiante nella notte, i Fire Trails hanno conosciuto una fine probabilmente prematura, ognuno è andato per la sua strada oppure ha continuato, in altre forme, a collaborare e a suonare assieme.

Di fatto, il buon Steve ha ovviamente continuato a suonare e comporre con altri progetti, vedi i Dragon’s Cave, i Nothing Easy, i From Mississippi to Thames e i Rezophonic. Altrettanto ovviamente, un musicista di caratura non resiste a mettere in musica le proprie idee e quindi ecco il suo progetto personale, che risponde semplicemente al nome Angarthal.

Progetto quanto mai “personale”, dato che Steve si occupa di voce, chitarre, basso e tastiera, lasciando solo la batteria a Luca Saja, con lui nei Dragon’s Cave.

Personale anche nel tocco che il nostro da ad una formula tutto sommato già ampiamente sfruttata ma qui ben interpretata. Abbiamo molto metal di stampo classico, piccole dosi di progressive e un grande amore per il sound degli anni ‘70 e ‘80 che confluiscono in brani dotati di gusto compositivo, suonati con tecnica e, soprattutto, feeling.

I brani sono caratterizzati da tematiche legate alla mitologia, spaziando da quella greca (bellissima la copertina a tema) a quella celtica, inframmezzandola con un po’ di fantasy…

Abbiamo pezzi di puro assalto, come l’opener “Punch”, “Sailing at the end of The World”, “Leviathan Rising” e “A Lie”, dotati di un riffing quadrato e diretto e ritmiche parimenti pulsanti.

Troviamo spazi più epici e sontuosi, quale “Uranus and Gaia” e “Morrigan”, venati di oscurità e mistero. “Holy Grail” solca rotte più rockeggianti, senza esaltare ma facendosi ascoltare volentieri.

Arrivati a metà, si rifiata con la strumentale “Miles in the Desert”, tra Satriani e Moore, uno sfoggio di classe sule sei corde, per poi proseguire con “Unbroken”, che riporta molto alle atmosfere di R.J. Dio condito con un po’ di Pino Scotto, sinceramente non il mio preferito, anche perché è il pezzo in cui Steve mostra di più i suoi limiti come cantante.

“The Abyss of Death”, ispirata alla Spada di Shannara è un altro degli episodi fiacchi del disco, un heavy metal di maniera, non all’altezza di altre perle del platter; stessa ispirazione ma risultato molto più convincente per “Wielders of Magic” strumentale basata su un riffing rock distorto a cui si appoggiano una chitarra classica a tracciare atmosfere latine e una elettrica che travalica nella fusion. Di nuovo alla mia mente torna il grande Vinnie Moore.

“After the Rain”, si srotola su tempi medi, la chitarra è sempre la star e supplisce a linee melodiche talvolta non fantastiche. Chiusura affidata ad uba ballad acustica, “Losing My Direction”, struggente e malinconica, e, per quanto riuscita, avrei preferito un finale molto più anthemico e potente…

“Uranus and Gaia” è un disco interessante, che invita piacevolmente al riascolto, soprattutto per le innegabili doti tecniche e compositive di Steve, sempre messe al servizio della musica e per le quali si guadagna un doppio pollice alzato riscattando pienamente la prestazione come cantante, adatto al ruolo ma di certo non dotato come altri presenti sul mercato.

Tracklist:

01. Punch
02. Uranus And Gaia
03. Morrigan
04. Sailing At The End Of The World
05. Leviathan Rising
06. Holy Grail
07. Miles In The Desert
08. Unbroken
09. The Abyss Of Death
10. Wielders Of Magic
11. A Lie
12. After The Rain
13. Losing My Direction


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