Eva Can’t – Gravatum

Forest
2017
CD
Gothic/Progressive/Metal
My Kingdom Music

Quando un disco tocca nel profondo, quando fa vibrare le corde più intime del nostro essere, quando suscita in noi sentimenti ed emozioni, parole come “lirismo” e “poesia” non sono abusate, ma solo pallidi tentativi di descrivere qualcosa di unico.

“Gravatum”, quarta fatica degli Eva Can’t è una opera dalle molte sfaccettature, dai contrasti stridenti, di delicatezza infinita e rabbia feroce e dolente disincanto.

Elegia ed epitaffio per una umanità che si avvia verso la sua meta ultima, la Morte, supremo destino di ogni cosa, e non lo fa in un lampo di gloria ma in uno spegnersi lento e desolato.

È la fine dell’uomo, in quanto singolo, pieno di rimpianti, sogni naufragati e promesse non mantenute; è la fine dell’Uomo in quanto fallito compimento della creazione che si autodistrugge lentamente.

Difficile racchiudere in poche parole quanto “Gravatum”suscita in un ascoltatore attento…

La creatura di Simone Lanzoni (chitarre, voci), già all’opera con Malnatt e In Tormentata Quiete,

mente e principale compositore del quartetto, ci immerge in questo mondo decadente e umbratile con testi altamente ispirati e rigorosamente in italiano e, posso dirlo senza remore, raramente mi è capitato di sentire usare la nostra lingua in modo così “adatto” e riuscito in un disco di musica “metal”, per usare una categoria molto larga. A mio avviso sono proprio i testi la vera colonna degli Eva Can’t, questo evocativo distendersi di immagini e suggestioni su una ricca mappa di tracce e sentieri musicali, costruita con abile mano dai compagni di viaggio Diego Molina (batteria), Luigi Iacovitti (chiatrre) e Andrea Maurizzi (basso), con la presenza degli ospiti Andrea Roda alle tastiere e di Andrea Mosconi, lead guitar su “Oceano”.

Il paesaggio sonoro degli Eva Can’t li accomuna al progressive italiano degli anni ‘70, con reminescenze di Banco, PFM, De Andrè e Branduardi; al progressive contaminato dal metal estremo degli Opeth tardo periodo; al metal oscuro e sofferto dei Sentenced e dei Paradise Lost.

Certamente molti degli aspetti più estremi e metallici, a differenza dei lavori precedenti, qui sono molto stemperati e si impongono solo in brevi frangenti, sotto forma di growl e blast beats, in modo funzionale alle emozioni da suscitare.

La ricerca musicale e lirica della band porta a punte inestimabili, in cui non è più possibile scindere ed “estrarre” una track migliore o più rappresentativa di un altra… tutte si completano e si compenetrano a comporre un unicum, da ascoltare e riascoltare, da centellinare e scoprire in tutte le sue sfumature, quasi da sottoporre ad un’ermeneutica dei suoi significati più profondi, perché, con dischi come questi, l’ascolto superficiale è infruttuoso e, sinceramente, improponibile.

Tracklist:

01. L’Alba Ci Rubò Il Silenzio
02. Apostasia Della Rovina
03. La Ronda Di Ossa
04. Oceano
05. Terra
06. Gravatum
07. Pittori Del Fulgido Astratto


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