Labyrinth – Architecture of God

Forest
2017
Full Lenght
Prog Metal
Frontiers Records

Sono trascorsi tre anni da quando i Labyrinth comunicarono la separazione da Roberto Tiranti e l’ingaggio di Mark Boals come sostituto. Da quell’annuncio non seguì nessun nuovo lavoro con il nuovo singer al contrario di Tiranti che riuscì a tirare fuori un piccolo gioellino con il suo album solista “Sapere Aspettare”. Un titolo quasi profetico, potremmo affermare, visto che l’attesa per riascoltare un nuovo disco con il duo Thorsen/Tiranti è stata ampiamente ripagata con uno dei più belli (forse il migliore) album della loro discografia.

“Architecture of God” è un lavoro ispirato, maturo, che sposta definitivamente il suono del gruppo verso un elegante prog metal ma inconfondibilmente marchiato Labyrinth. Uno stile costruito album dopo album, e nonostante gli innumerevoli cambi di line-up (questa volta è toccato allo storico tastierista Andrea De Paoli non prendere parte al progetto), la band è comunque riuscita a forgiare un suono riconoscibile nella sterminata galassia di gruppi metal, fregio di cui pochi artisti possono vantarsi. E anche questa volta la line-up presenta delle novità: non solo il ritorno di Tiranti ma anche l’ingresso di Oleg Smirnoff (Eldritch) alle tastiere, John Macaluso (Ark, TNT, Malmesteen) alla batteria e Nick Mazzucconi (apprezzato turnista) al basso che indubbiamente hanno dato un bel contributo al risultato finale.

Fin dal primo ascolto “Architecture of God” appare più complesso rispetto al passato ma non rinuncia a quell’immediatezza che ha sempre contraddistinto i dischi dei Labyrinth. Anche stavolta sono le linee vocali di Tiranti a fare la differenza: orecchiabili mai banali o sfacciatamente ruffiane, le melodie giocano con raffinati chiaro-scuri, tra passaggi eterei e accenti puramente (adult) rock ma lontani da qualsiasi stereotipo metal contribuendo a delineare quel tratto di unicità nel loro sound.
Dal punto di vista strumentale i brani suonano smarcatamente prog anche se non mancano episodi più diretti e in linea con la produzione passata come “Stardust and Ashes” o “Take on My Legacy”. Ma sono tracce come la title-track oppure “A New Dream” che evidenziano una maggiore impronta progressive con passaggi più strutturati, in un’alternanza di atmosfere eteree frutto di un ispirato incastro tra arpeggi di chitarra e tappeti tastieristici, e break tipicamente metal dove le ritmiche battono spesso tempi dispari, tra note dissonanti e sincope, ma con il tipico riffing roccioso di Olaf Thorsen. Anche le parti soliste risultano meno istintive, non limitandosi al solito diluvio di note ma ricercando la costruzione di un tema musicale; ovviamente emerge sempre l’abilità del duo Thorsen/Cantarelli ma il tutto suona organico al brano e mai un inutile sfogio di tecnica. Lo stesso dicasi per le partiture di Smirnoff, perfetto raccordo tra voce di Tiranti e le chitarre, apprezzabile soprattutto nel tessere atmosfere liquide nei momenti più soft.

Non mi soffermerò su un track-by-track puntuale (la qualità delle composizioni è indubbiamente livellata verso l’alto) limitandomi a segnalare i brani che personalmente mi hanno impressionato di più come la già citata “Architecture of God”. Un brano che pur sfiorando i nove minuti, scorre via piacevolmente tra interludi sognanti, sferzate metal e intense fughe strumentali con Tiranti che gioca con la sua voce colorando di mille sfumature le melodie. La bellissima “Those Days” dove armonie delicate, arpeggi e ritmiche rock si fondono dando vita ad un brano dalla forte connotazione melodica. “We Belong Yesterday” e “Still Alive” catturano con i loro chorus AOR e break strumentali che si aprono su orizzonti prog. Tra i brani più classici spiccano “Take on My Legacy” e “Bullet”, up-tempo che rievocano i fasti del primo “Return to Heaven Denied”, a testimoniare come il gruppo sia sempre in grado di sfornare brani heavy. Concludo con “A New Dream”, probabilmente il brano più riuscito e che fotografa al meglio il nuovo corso dei Labyrinth: melodie raffinate, variazioni prog, intermezzi acustici sono tutti tasselli di un’architettura (parafrando il titolo dell’album) complessa ma che si regge sulla classe cristallina di questi talentuosi musicisti.

Le reunion non sempre portano a qualcosa di buono, soprattutto se dietro si cela solo una questione prettamente commerciale. Nel caso dei Labyrinth ci restituisce una band in grandissima forma ed uno dei migliori album della loro carriera. Spero solo che nel futuro della band gli equilibri e la voglia di divertisi non siano ancora messi in discussione, continuando a regalarci dei lavori della qualità di “Architecture of God”. Bentornati!… e mi raccomando non andate più via!

Tracklist:

01. Bullets
02. Still Alive
03. Take On My Legacy
04. A New Dream
05. Someone Says
06. Random Logic
07. Architecture Of A God
08. Children
09. Those Days
10. We Belong To Yesterday
11. Stardust And Ashes
12. Diamond


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