Progressive Xperience – Inspectra

Forest
2014
Full Lenght
Prog Metal
Sweet Poison

Disco dannatamente difficile da recensire, questo dei ProgressiveXperience…

Uscito a fine 2013, ormai, dopo un silenzio durato cinque anni, anni probabilmente colmi di cambiamenti e, forse, anche dolori e sofferenze, visto il grosso cambiamento che “Inspectra” porta con se.

Buttato alle ortiche gran parte del “Dream Theater like sound”, la creatura di Paolo Lastrucci e compagni segue coraggiosamente altre vie.
Il parallelo più diretto chiama in causa “A Pleasant Shade Of Gray” dei Fates Warning e, in maniera minore, i “Road Salt” dei Pain Of Salvation, soprattutto per la voglia di scrollarsi di dosso una certa idea e consequenziale etichetta di progressive metal.

Il disco ha un livello di scrittura elevatissimo, e il paragone con il masterpiece dei Fates Warning, con le dovute proporzioni e differenze, non è per niente esagerato. È vero che Ray Alder e soci sono arrivati a maturare quel disco dopo una discografia ben più nutrita dei ProgressiveXperience, ma Paolo Lastrucci, principale compositore e mastermind, dimostra un gran talento nella scrittura (e nel suonare la batteria). E va detto, ad onor del vero, che anche “A Pleasant Shade Of Grey” non è un disco di pronta beva!

“Inspectra” abbandona molto del fattore di impatto propriamente metallico in favore di atmosfere rarefatte, umbratili, spesso venate di malinconia… riff pieni di chitarra distorta spesso lasciano il passo a delicati passaggi acustici.
Già l’opener “1958” ci da un assaggio del profondo cambiamento… chitarre e sezione ritmica si muovono sullo sfondo, lasciando l’onore e l’onere della ribalta alla voce del ritrovato Giovanni Valente, singer originario della band. “Madness Off Illusion” (non è un errore), inizia con l’arpeggio che diverrà un po’ il leit-motiv del disco, ripresentandosi qui e là a tessere un’unione che è anche musicale, non solo concettuale. Arpeggi e riff distorti si alternano, Paolo comincia a tirare fuori belle parti ritmiche e il basso di Marco Moroni trova modo di ergersi in potenza e presenza, tanto da costituire anche la colonna portante della successiva “Somethung Like Death”, brano ben costruito e, questo sì, di impatto.

“Velvet Sky” è una breve ballad giocata tra elettonica e chitarra acustica, quasi un bridge per la title track, power ballad in crescendo che recupera sonorità moderne e più usuali per il combo, mischiate a rimandi settantiani. “San Francisco Bay” si configura come un hard rock rocciosissimo, curiosamente spaccato a metà da uno stacco di silenzio assoluto. Acustica e voce intarsiano una delicata “Silent Secrets”, con piccoli tocchi di basso e tastiera a impreziosirla.

“Trial Of Fire” ripropone l’alternanza acustica-distorta, e qui si mostra come la scelta del suono sia stata coraggiosa ma, forse azzardata, dato che i riff cercano un botta che non sono in grado di dare. Intermezzo strumentale e nuova, delicata ballad… qui è Giovanni Valente a mostrare qualche incertezza nelle linee melodiche. “Black Cloud” da qualche altro scossone; il duo “Deafening Silence-Cellar Door” mostra l’unico esempio di rilievo di assolo del disco, altrimenti davvero contenuto sotto il profilo solistico (scelta voluta, sono pronto a scommeterci).
Il finale è lasciato un pezzo davvero tranquillo e poetico, tra acustica e tappeto di tastiera, emozionante ma che ci priva di un finale potente, antemico e catartico.

Disco difficile, dicevo, soprattutto per le scelte stilistiche e sonore e per un songwriting altamente impegnativo.
Innanzitutto, stiamo parlando di un concept, ambientato nella San Francisco degli anni cinquanta, per cui ci troviamo a dover maneggiare brani collegati senza, purtroppo, avere a disposizione una traccia del concept stesso o i testi, cosa che ci avrebbe aiutato enormemente nella piena comprensione del cd, che si sviluppa per una durata piuttosto importante. Songwriting impegnativo in quanto denso di significato e intensità, non tanto per strutture poliritmiche o altamente intricate.

Seconda cosa, la scelta di suoni volutamente lo-fi, quasi casalinghi, per riproporre atmosfere nebbiose e retrò e per abbandonare il dazio quasi obbligato da pagare a suoni super-prodotti, per concentrarsi sul succo, sulla materia prima”, il nucleo della musica.

Scelta coraggiosa che, però, non so dire se alla fine ha pagato. La fruizione del disco è, per certi versi, appesantita dalla dinamica del suono limitata, che a volte evidenzia piccoli difetti nelle linee vocali, qualche leggerissima incertezza degli strumenti.

Disco che ha bisogno di mente aperta e lunghi, ripetuti ascolti, per essere apprezzato e goduto appieno; un disco che probabilmente non sarà per tutti, ma che spero troverà fedelissimi ammiratori per i ProgressiveXperience.

Il prossimo sarà davvero un masterpiece!

Tracklist:

01. 1958
02. Madness Off Illusion
03. Something Like Death
04. Velvet Sky
05. Inspectra
06. San Francisco
07. Silent Secrets
08. Trial Of Fear
09. Into Abeyance
10. Somewhere In Time
11. Black Clouds
12. Deafening Silence
13. Cellar Door
14. The End Of A Day


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