Dark Lunacy – The Rain After the Snow

Forest
2016
Full Lenght
Melodic Death Metal
Fuel Records

A due anni di distanza dal feroce The Day of Victory tornano nei nostri stereo i Dark Lunacy con la loro sesta fatica.

Comeback piuttosto atteso quello degli emiliani, soprattutto alla luce dell’ultimo cambio di line-up che porta, accanto a Mike Lunacy e Jacopo Rossi (autore e produttore del prodotto in questione) il nuovo chitarrista Davide Rinaldi e Marco Binda dietro le pelli.

Diciamolo subito: The Rain After the Snow paga senz’altro dazio al cambio di line-up al quale si accennava poc’anzi e all’accento musicale che si sposta con piglio troppo deciso su atmosfere classiche, marcatamente melodiche e tendenti, in alcuni stralci, al doom. Scelta senz’altro azzeccata perlomeno per incorniciare un album che fa dell’introspezione la propria matrice tematica. Il titolo stesso del platter – in maniera metaforica – lo esprime piuttosto bene: il dono e la sua assenza, la privazione, la rinuncia, il venir meno, il mutare delle situazioni, delle condizioni, il loro svanire.

Dovendo descrivere l’album con un aggettivo direi “slegato”: slegato senz’altro dal suo predecessore, aggressivo e veloce, slegato al proprio interno…incerto, in alcuni tratti, sulla direzione da prendere. Se la opener Ab Umbra Lumen lascia ben sperare con un attacco prepotente e ben ritmato, cadenzato al proprio interno da aperture ariose di violino e un riffing che diventa subito un earworm, la successiva Howl punta marcatamente sulla drammatizzazione attraverso adagi di piano, spezzando quella tensione che si era appena creata.

Se King with No Throne evidenzia un buon fraseggio della sei corde creando un bel riffing serrato, è altrettanto vero che l’inserimento dell’elemento classico non va che ad edulcorare l’elemento prettamente metal del sound dei nostri. Bellissima la cavalcata in apertura di Gold, Rubies and Diamonds, accompagnata da un geniale lavoro dei violini, ripreso poi dalla sei corde. Forse in questo brano, più che in altri emerge il problema che sembra inficiare l’intero lavoro: le tracce sembrano non decollare mai; le cavalcate vengono smorzate da innesti melodici; gli scampoli più tirati devono cedere il passo all’ariosa drammatizzazione dell’elemento orchestrale…il metallo cede il passo al teatrale.

Precious Things evidenzia poi un altro limite: la meravigliosamente graffiante voce del buon Mike ben poco si sposa con la candida e morbida voluttà espressa dai violini. Come il disco dovrebbe suonare e dove la voce si trova a proprio agio è da ricercarsi nello stralcio da 3:36 a 4:06…pura poesia.

Il brano più riuscito (anche se con intermezzi ancora discutibili) è Tide of my Heart, dove quasi per la prima volta troviamo una produzione che valorizza l’elemento metallico, dando pienezza d’impatto agli strumenti fino a questo momento sofferenti in secondo piano rispetto all’incidenza di piano, violino e corale.

I brani che seguono fino alla conclusiva strumentale Fragments of a Broken Dream calcano le orme tracciate dalle precedenti tracce senza, se non a tratti, spiccare mai il volo. Poche nuove idee, pochi gli spunti veramente interessanti… Senz’altro un lavoro che mostra il fianco ad un po’ di incertezza sui pensieri da mettere in campo e al peso di una formazione nuovamente rinnovata.

A conti fatti un album che scorre comunque bene ma che fatica a invogliare al ri-ri-ri-riascolto.

Un oggetto da avere per i cultori della band emiliana…ai nuovi adepti consigliamo di andarsi a guardare i superbi Forget me not e The Diarist.

Tracklist:

01. Ad Umbra Lumen
02. Howl
03. King with No Throne
04. Gold, Rubies and Diamonds
05. Precious Things
06. Tide of my Heart
07. The Rain After the Snow
08. Life Deep in the Lake
09. The Awareness
10. Fragments of a Broken Dream


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